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Biografia

L’INCONTRO CON LA SCRITTURA

L’incontro con la scrittura è avvenuto tanti anni fa.

Avevo 11 anni e frequentavo la prima media.

Il preside indisse un concorso letterario per stimolare la capacità creativa dei giovani studenti.

Si partecipava con un tema o una poesia. Mi cimentai nella difficile arte del comporre versi.

Una mattina la nostra professoressa ci comunica che la giuria ha stilato la classifica finale. Inizio, da subito, a ripetermi:

Claudio non hai vinto – onde evitare facili entusiasmi – e neppure ti sei classificato fra i primi posti.

Ma il mio passaggio letterario non rimase anonimo.

La professoressa, con la poesia fra le mani, mi rivolse gli occhi dolci, quasi commossa:

Claudio, la tua poesia è bella, ma è tanto triste. Come mai? Come ti è venuta in mente? C’è qualcosa che non va?

Non ricordo di averla vissuta come particolarmente triste nel momento in cui la scrissi, ma con il senno di poi ne valuto l’atipicità per un bambino di 11 anni. Il titolo non lasciava spazio alle interpretazioni: MORTE.

Paragonava la vita a una scala all’apice della quale ci aspetta la morte e di un bambino che non prova paura ma solo curiosità per ciò che vedrà alla fine della sua scala.

Ricordo le facce dei compagni mentre la professoressa la leggeva. Nei loro occhi un misto di ilarità e compatimento. E’ stato quello il momento in cui ho capito di essere diverso: invalido, mutilato, di un altro colore, non so; ma certamente diverso.

La parte comica, che sempre ha suscitato in me tenerezza, è stata la reazione dei miei genitori.

La mamma vendeva frutta e verdura al mercato della città e tutti i miei professori erano suoi clienti. Non ho mai saltato un giorno di scuola e sono stato uno studente modello. Qualsiasi sgarro era riportato con la fedeltà di un rapporto della Gestapo.

Al tempo della mia gioventù gli schiaffoni venivano considerati terapeutici e mia madre eccelleva in questa specialità.

La professoressa le raccontò della poesia e chiese se in me avesse notato qualcosa che potesse spiegare un testo tanto anomalo per un bambino.

E’ depresso? Ha degli atteggiamenti strani? Dorme bene la notte?

Mia madre altro non poté dire che sono sempre stato un bambino particolare, un uomo maturo nel corpo di un nano, ma che non aveva notato nulla di diverso dal solito. Era tanto grave questa cosa?

E’ in momenti come questo che diventa fondamentale il ruolo del padre, la sua forza e il filo diretto che solo lui può avere con il figlio maschio.

Immagino mia madre riportargli l’accaduto. Lui alza le spalle e chiede quale sia il problema. Segue una sventagliata ad alzo zero di mia madre che lo accusa di essere insensibile e di non affrontare i problemi, che se il mondo crolla lui si scansa e che tocca sempre tutto a lei, e che i figli la odiano perché lei deve punirli mentre lui non fa mai nulla. E vai così per almeno venti minuti.

Mio padre, non certo per convinzione ma solo per farla tacere, le dice che mi parlerà.

La sera a casa si cenava presto. Mia madre si alzava tutte le mattine alle quattro, mio padre faceva i turni in segheria.

Ricordo quella sera come fosse ieri: mia madre in cucina a lavare i piatti, mio fratello in camera; al tavolo soli io e mio padre.

Claudio, mi ha detto la mamma della poesia che hai scritto. E’ successo qualcosa?

No babbo, tutto a posto. Era solo una poesia.

Ma ti senti male? C’è qualcosa che non va?

No babbo, sto bene.

Ok.

Così terminò la nostra conversazione.

Sorrido al ricordo perché vedo la dolce inadeguatezza dei miei genitori di fronte a un figlio che non riuscivano a comprendere.

C’era e, grazie a Dio c’è ancora, grande amore (entrambi godono di ottima salute), ma è difficile comunicare quando si parlano lingue diverse.

Credo in questo episodio si possano rispecchiare tutta la mia generazione.

Al tempo l’attività genitoriale veniva espletata a suon di scappellotti.

La comunicazione era difficile. Era un limite, così come lo è oggi l’esatto opposto.

Non è però di questo che voglio parlare.

Volevo piantare la bandiera nel giorno in cui ho scoperto la scrittura, la possibilità di riportare sulla carta emozioni e sentimenti che altrimenti rimanevano solo dentro di me, perché non avevo nessuno a cui comunicarli. Perché se agli amici parli della vita e della morte, del mistero dell’esistenza, di cosa senti e cosa vorresti, ti guardano come un essere strano, malato.

E nessuno vuole un malato per amico. Allora devi fingere per stare insieme a loro, camuffarti, ma è pesante e umiliante.

Se non lo fai stai solo, con il tuo cane, vaghi per i campi, in bicicletta, osservi, formuli pensieri e scrivi.

Non so se questo è ciò che fanno i poeti, ma è ciò che facevo io.

Osservavo, pensavo e scrivevo. Non ho mai imparato a non pensare.

Dopo quel primo incontro tanti altri ne sono succeduti.

Scrivere era più semplice che parlare.

Quello era il mio mondo.

Non dovevo fingere, non dovevo temere l’altrui giudizio, visto che solo io leggevo le mie opere.

Non scrivevo solo poesie, ma veri e propri resoconti di vita e pensiero. Ho inventato quelle che chiamavo «istantanee dell’anima».

Spesso affidiamo il ricordo alle fotografie, per te stesso, per i tuoi figli e per i tuoi nipoti. Le vedranno quando non ci sarai più. Vedranno com’eri, il paesaggio attorno a te.

Ma di ciò che era in te che ne sarà?

Pensieri, sentimenti, episodi quotidiani: di tutto questo non rimarrà traccia.

Ecco allora l’istantanea dell’anima: fissare nel tempo ciò che c’è dietro la fotografia.

Facendo un salto temporale in avanti.

È ciò che ho fatto per mio figlio. Ho scritto per lui delle lettere, a partire dal test di gravidanza positivo fino al suo primo mese di vita.

Emozioni e sensazioni, piccoli episodi che volevo sottrarre all’oblio.

Voglio lasciargli l’anima, la mia anima, il ricordo. Voglio lasciargli suo padre.

Perché suo padre non è quell’uomo grande e grosso che vede e vedrà nelle fotografie che sfoglierà, ma ciò che è impresso nelle pagine che leggerà.

Ora torniamo indietro, perché questa vorrebbe essere una forma traslata di biografia.

Fare capire a chi legge cosa c’è dietro l’autore.

Nel mio caso c’è un uomo anomalo. Lo sono sempre stato. Non chiedetemi normalità; non mi appartiene.

Il mio amore per la letteratura cozza con la carriera scolastica. Mi diplomo ragioniere portando all’esame di stato come prima materia italiano.

Venne poi il momento di andare all’università e decidere per la facoltà.

Scelsi economia e commercio spinto dai miei genitori.

Frequentai per un anno. Non aprii libro e neppure sostenni esami.

L’anno successivo, sempre su sollecitazione dei miei genitori il cui sogno era vedermi laureato, mi iscrissi alla facoltà di lettere moderne. La materia si avvicinava alla mia passione, ma non avevo nessuna intenzione di laurearmi tantomeno, un giorno, fare l’insegnante.

Non era quello il mio mondo.

Ricordo un episodio che può servirti a inquadrare la mia personalità del tempo.

Andavo all’università a seguire le lezioni. Non spesso perché nel frattempo aiutavo mia madre nella sua attività di frutta e verdura.

Aveva subito un intervento serio e aveva bisogno di me.

C’era un professore temuto per la severità oltre che per la superbia.

Non era semplice passare l’esame con lui.

Seguivo tutte le sue lezioni.

In effetti il personaggio era particolare: sessant’anni, media statura, pancia, baffi e pizzetto, abito grigio con doppiopetto.

Incapace di contenere la sua boria.

Non era un problema per me. Non avevo intenzione di laurearmi e tantomeno dare esami. Mi affascinava l’idea di sentire e vedere da vicino uno di coloro che deteneva il sapere. La cosiddetta intellighenzia.

Alla terza lezione devo avere suscitato la sua curiosità.

Era difficile non notarmi.

Vestivo di nero, capelli lunghi e fisico palestrato. A questo aggiungete il fatto che mentre gli altri studenti avevano il banco ingombro di libri e si affannavano a prendere appunti, il mio era immacolato, se non per gli occhiali da sole posati al centro.

Il pensatore deve essere stato infastidito, oppure incuriosito, da questo giovane che si limitava a guardarlo.

Mi scusi – disse indicandomi – ma lei è iscritto? –

Sì.

Ne è sicuro?

Estrassi il libretto e allungai la mano per porgerglielo

Ho visto che non prende appunti. Non ne ha bisogno? Crede che i suoi compagni siano dei somari?

E’ obbligatorio prendere appunti per partecipare alle lezioni?

Attorno a noi il silenzio assoluto. Credo di essere stato catalogato come un pazzo dagli altri studenti.

Certo che no, visto che lei è tanto intelligente. Vedremo quando verrà all’esame quanto sarà capace. 

E’ obbligatorio dare l’esame per partecipare alle lezioni?

E’ obbligatorio dare l’esame per laurearsi.

E’ obbligatorio laurearsi per partecipare alle lezioni?

Si sta per caso prendendo gioco di me? Crede di essere più furbo di tutti i suoi colleghi? – Si stava scaldando. – Crede io mi faccia prendere per il culo da lei? Questa è la mia aula e io detto le condizioni.

Ero calmo. L’osservavo tranquillo e pacato, nello stesso modo in cui avrei guardato un macaco scaccolarsi nella gabbia allo zoo. Mi sono alzato, ho preso gli occhiali da sole e mi sono avviato verso la porta.

Non ha nulla da dire?

Arrivederci.

Quella è stata la mia ultima lezione universitaria.

Ero già fermamente convinto che una laurea non era ciò che in quel momento volevo, il geniale professore aveva avvallato la mia convinzione. Se quelle erano le grandi menti allora io volevo altro.

Per comprendere ulteriormente la mia figura c’è una fase importante che devi conoscere.

E’ complessa e semplice allo stesso tempo. E’ quella che ha permesso al giovane di un tempo di osservarsi allo specchio: l’analisi.

Parte Seconda

C’è stato un momento nella mia vita, avevo 19 anni e da poco finito le scuole superiori, in cui è accaduto qualcosa senza che io me ne sia reso conto: senza un detonatore, un episodio scatenante.

Ero un giovane come tanti, appassionato di letteratura sì, ma anche di sport. Uscivo con gli amici, curavo l’aspetto fisico, mi allenavo con costanza e mi piacevano le ragazze.

Terminati gli studi superiori, qualcosa dentro di me si è rotto. Non so dirvi quando, dove e perché è accaduto, ma si è staccata la spina. Tutto attorno a me è diventato buio. Ho conosciuto la depressione che sarà mia compagna per anni.

Stavo solo.

Passavo le giornate fra libri, studi, scrittura e musica. Uscivo per andare all’università, a lavorare al mercato con mia madre o per andare in palestra.

Il sorriso, del quale sono sempre stato parco, era sparito dal mio volto.

I miei genitori ne furono travolti. Solo ora che sono padre comprendo come possa essere stato difficile gestire la sofferenza del figlio, non riuscire a comprendere cosa accadeva, ma subirne gli effetti.

Consci del fatto che ciò che mi stava accadendo non poteva essere da loro gestito, e spinti dall’immenso amore che hanno sempre provato per me, hanno avuto l’accortezza di cercare un aiuto.

Parlando con un’amica sono stati indirizzati da uno psicoanalista che l’aveva in cura e che avrebbe potuto aiutare anche me.

Ricordo il primo incontro. Marco, colui che sarà il mio analista per un decennio e amico per tutta la vita, mi accolse in un piccolo appartamento sulle colline retrostanti Lerici.

Era inverno, si vedeva il mare. Parlammo. Gli dissi che sapevo cosa avevo perché avevo studiato i testi di psicologia.

Innalzai una corazza alta sino a toccare il soffitto.

Rivedere ora quelle immagini mi fa sorridere. Ero giovane e ingenuo. Come tutti coloro che si atteggiano a forti, in realtà ero un debole.

Marco disse che mi avrebbe fatto sapere se poteva prendermi in analisi. Era un percorso tortuoso che male si adattava a un giovane di 19 anni. In questi casi è più indicata una psicoterapia, magari integrata da farmaci. Per fortuna decise che nel mio caso poteva farsi un’eccezione. E’ stato un viaggio lungo, durato anni, ma fruttuoso.

Ci sono stati periodi in cui mi sembrava che nulla accadesse.

Ingenuo, immaginavo che il cambiamento potesse calare dal cielo, senza rendermi conto che lentamente stavo cambiando. Solo in seguito ho compreso quanto fossero stati gli anni più fruttuosi. E’ come scalare una montagna: capisci il percorso e l’importanza delle singole tappe solo quando sei sulla vetta e hai una visione panoramica.

Non voglio e non posso per motivi di tempi e spazio raccontarti gli infiniti episodi del mio percorso analitico, le sedute in cui mi ostinavo a non aprire bocca e le mille volte in cui dicevo che non volevo cambiare perché mi piacevo così.

Voglio però dirti che quello che sono stato e sono oggi lo devo all’analisi, al percorso fatto dentro di me. Non ho scoperto tesori nascosti o grandi capacità, ma ho trovato Claudio e l’ho stretto forte.

Non l’ho criticato per le sue debolezze, non l’ho giudicato. L’ho spinto ad alzarsi e fare della vita ciò che voleva. Sbagliando certo, cadendo più volte, ma quantomeno provarci. E così è stato.

Non amo gli aforismi, ma ce n’è uno che mi accompagna da tutta la vita. E’ di Lao Tzu, conosciuto e inflazionato filosofo cinese:

“Un viaggio di mille miglia inizia proprio sotto i nostri piedi.”

Grazie all’analisi ho iniziato quel viaggio.

Credo sia il caso di tornare all’arte dello scrivere visto che queste vogliono essere note biografiche di un autore.

Ti ho scritto come e quando è nata la mia passione per la scrittura. Qual è stata la sua funzione nella mia vita. Ora voglio dirti come si è sviluppata.

Dopo la prima poesia ne sono succedute tante altre. Non tutte così macabre.

A 22 anni decisi di scrivere un libro. Non avevo intenzione di pubblicarlo. Volevo mettermi alla prova. Non fu semplice, ma neppure così difficile come avrei pensato.

Scrivere per me è come parlare. Una volta focalizzata la storia, le dita volano autonome sulla tastiera, i pensieri si affacciano e sfilano in ordine. Alla fine le caselle vanno al loro posto.

Il libro si intitolava «Quando qualcuno chiama».

Le componenti biografiche, come per ogni opera prima, sono tante, ma la storia è affascinante. Mi verrebbe voglia di raccontartela, ma non lo faccio.

Chissà che un giorno venga ripubblicata e riscoperta. Non era per niente male. Valuterai tu.

Spinto dall’amico e analista Marco la inviai a qualche casa editrice.

Come molti scrittori in erba venni snobbato dagli editori importanti e caddi nelle false lusinghe di una casa editrice a pagamento. I miei genitori, come sempre, mi accompagnarono in questa impresa pagando l’obolo richiesto.

La casa editrice si chiamava Edizioni Beta e aveva sede a Roma.

La promozione e diffusione fu penosa, ma era una tappa che andava fatta.

Il libro, però, riscosse un discreto successo. Vinsi un paio di concorsi minori e ci furono articoli entusiasti sui giornali locali.

Anche se fu un esordio difficile, come è normale per gli artisti in genere, mi resi conto che poteva esserci la possibilità di fare della scrittura la mia vita e professione.

Diciamo che il talento c’era e anche le idee.

Ma era questo che volevo? No.

Ci ho pensato a lungo, al tempo.

Volevo davvero trascorrere la mia vita chiuso in una stanza a scrivere storie?

Vivere in una realtà surrogata? Vedere il mio nome sul dorso dei libri, partecipare a trasmissioni, essere esibito con una nuova specie di mammifero?

Al tempo era in voga il Maurizio Costanzo Show dove giovani scrittori venivano, a seconda del piacere suo, esaltati o massacrati. No, mi spiace, divertitevi voi, non fa per me, dissi.

Volevo vivere. Avevo già pagato il dazio negli anni della depressione.

Mi sentivo in forze, sapevo di potere reggere il confronto. Non avevo idea di cosa avrei fatto della mia vita, ma in quel momento non era diventare uno scrittore. Volevo conoscere il mondo. Volevo fare esperienze. Volevo affrontare i bassifondi e conoscere gente perduta, volevo sperimentare.

Perché se un giorno avessi deciso di fare lo scrittore, di questo dovevo parlare: della vita che avevo vissuto, non immaginato.

La mia storia lavorativa è infinita sia per attività svolte che per luoghi. L’unico filo conduttore è il fatto di avere lavorato sempre in proprio. Non sono mai stato un dipendente. Non avrei potuto perché ho sempre amato l’essere libero e il decidere il mio destino, nelle gioie e nei dolori. Non mi sono risparmiato. Ho lavorato duramente, con fasi alterne di crisi e successi come è normale che sia. Ho viaggiato: Stati Uniti, Paesi Arabi, Nord Europa, Asia. Ho conosciuto persone e luoghi diversi.

Ho coltivato l’unico orto che ha un senso coltivare: l’anima.

Non so se dopo la vita c’è qualcosa. So per certo, però, che se qualcosa mi sarà concesso di portare sarà proprio lei. I sentimenti, i ricordi, il pianto e il riso, il dolore e la gioia, l’amore. Questo è ciò che sono.

Inutile dirti che in tutto questo tempo ho continuato a scrivere: poesie, racconti e resoconti. Più volte ho avuto la tentazione di scrivere un nuovo romanzo. Avevo idee a bizzeffe, ma ero preso dalla frenesia del lavoro e della vita. E poi non sono mai stato un vanaglorioso. Non smaniavo all’idea di vedere il mio nome su un libro.

Nel 2013 decisi di rallentare.

Avevo dimostrato a me stesso di saper combattere, vincere e perdere. Il giovane Claudio che nascondeva le proprie paure dietro occhiali scuri e capelli lunghi era diventato un uomo. Non invincibile perché non serve esserlo, ma capace di combattere se era richiesto. Ora lo sapevo.

Fu allora che decisi di scrivere un nuovo romanzo. La Bibbia di Kolbrin mi stava aspettando.

Il romanzo parte da un’idea che mi frullava in testa da tempo. «Una lettera scritta da una ragazza prima di essere uccisa che conteneva indizi per individuare l’assassino».

Attorno a questo fulcro è partita la costruzione del romanzo.

La parte difficile non è stata creare la storia e i personaggi. E’ una cosa che mi riesce naturale.

Ho dovuto studiare, invece, per dare un fondamento di realtà al lavoro. Tutti i particolari che troverai nel libro sono reali: nomi di strade, incroci, note storiche. Tutto è stato studiato e riportato. Solo la storia e i suoi personaggi sono frutto della mia mente.

Ritengo sia importante per far sì che la Bibbia di Kolbrin sia un’opera di fantasia ma che racconta una storia possibile, terribilmente reale.

Terminato il libro mi sono trovato di fronte a un bivio: provare a pubblicarlo o metterlo nel cassetto? La mia precedente esperienza con le case editrici era stata fallimentare e non avevo intenzione di ripeterla. C’era poi un fattore discriminante che rendeva la Bibbia di Kolbrin difficilmente pubblicabile: era di 1.085 pagine.

Decisi, con poca convinzione, di provare con un agente letterario. Tutti mi offrirono servizi a pagamento che rifiutai. Solo una mi disse di inviargli il manoscritto via mail per poterlo valutare.

Le piacque ma mi impose di ridurre le pagine. Riuscii a tagliarne 200.

Malgrado ciò lei non riuscì a trovare nessun editore interessato. Non ne feci una tragedia. Misi il manoscritto in un cassetto. Sapevo che la storia era valida e il libro ben scritto.

Inutile perdere tempo, però. Combattere contro i mulini a vento non mi è mai interessato.

Cosa è accaduto allora per farmi cambiare idea? E’ nato Alessandro, il mio primo figlio.

La vita è cambiata. Non dovevo più pensare solo a me stesso, a ciò che mi piaceva e che ritenevo giusto. Dovevo spostare la prospettiva. Potevano esserci cose che io non valutavo importanti e che invece potevano esserlo per lui. Volevo lasciargli il più possibile di me.

La Bibbia di Kolbrin è una parte di me.

Ma come pubblicare un manoscritto tanto voluminoso?

Potevo farlo a pagamento, ma che senso avrebbe avuto. Un romanzo nasce per essere diffuso e letto. Se era solo per lui tanto valeva farne rilegare un paio di copie.

Come prima cosa decisi che dovevo farlo leggere a qualcuno. Magari non era così valido come lo ritenevo io.

Lo feci leggere ad amici di diversa cultura e professione e tutti ne furono entusiasti.

Rimaneva il problema della pubblicazione.

Per caso scoprii l’autopubblicazione con Amazon, e sempre per caso incontrai un’amica che mi ha aiutato in tutto il percorso fino ad arrivare al prodotto finito che tu hai oggi o avrai domani fra le mani.

Finisce qui la mia breve storia. Ho dovuto sforzarmi per contenere lo spazio. Non volevo scrivere una biografia ma raccontarti come è nato lo scrittore Claudio Colombi. Quali sono state le tappe del suo percorso. Il resto lo farà la Bibbia di Kolbrin.

Buona lettura.