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Mark Dimon era un sessantenne investigatore di provincia.

Viveva sulle rive del lago di Fort Meadow nel Massachusetts. Aveva partecipato alla Guerra del Golfo, tornando a casa con il cuore carico di dolore e il corpo infettato dalla Sindrome del Golfo. La moglie era stata costretta ad abortire.

Stessa sorte per il loro matrimonio.

Mark era un uomo di un metro e novanta per centocinquanta chili di peso, ma con l’anima di un bambino sensibile, incapace di resistere di fronte alla sofferenza altrui.

Fu così che si trovò coinvolto nelle indagini di un omicidio.

Una donna era morta cadendo dal quarto piano del palazzo in cui viveva. Era sposata e aveva due figli. Nessun problema di coppia degno di nota.

Abitava in un appartamento con grande terrazza. Una porzione era stata verandata con una tenda che periodicamente andava lavata. Se ne era sempre occupato il marito, ma quel giorno aveva mal di schiena e la moglie aveva preso il suo posto. Una volta sulla scala aveva perso l’equilibrio ed era caduta nel vuoto, sfracellandosi a terra.

Nessuno aveva mosso dubbi circa l’accidentalità del fatto. Neppure Mark avrebbe avuto nulla da ridire se non si fosse presentata nel suo ufficio la figlia maggiore della coppia, Lizzie Lamberg. Aveva diciassette anni, ma ne dimostrava meno. Con gli occhi arrossati dal pianto, gli aveva annunciato di non avere i soldi per pagarlo.

– Cosa ti fa credere sia stato un omicidio? Chi avrebbe ucciso tua madre? – le aveva chiesto Mark. Sentiva che si stava infilando in un guaio.

– Papà ha ucciso mamma – rispose laconica la ragazza.

– L’hai visto mentre la faceva cadere? L’ha buttata dal terrazzo? –

– Non ho visto niente. Ero a scuola. Ma sono sicura che è stato papà. –

– Li hai visti litigare? –

– Non litigavano mai. Credo si sopportassero. –

– E allora perché pensi che tuo padre l’abbia uccisa? –

– E’ per via di quella roba strana che legge da mesi. Credo sia partito di testa. Ha uno sguardo diverso. –

– Cosa legge di tanto strano? –

– Mio padre è un ingegnere, ma da qualche mese nello studio ci sono libri di occultismo, satanismo e tutte queste schifezze. Sono andata nel suo studio per prendere un dizionario di francese e ho visto tutti quei libri. Gli ho chiesto come mai si fosse messo a leggere quella roba. Mi ha risposto che era solo curioso. Aveva letto un libro di architettura rinascimentale dove aveva trovato dei riferimenti alle chiese sconsacrate e al culto di Satana, e si era incuriosito. –

– Non ci vedo niente di male – disse Mark – anch’io ho letto qualche trattato di magia e occultismo. –

– Non sono stupida, lo capisco. Ma per mio padre è diverso. La sera sta rinchiuso fino a tardi nello studio. Ha libri di Magia Nera e Satanismo. Ieri non sono andata agli allenamenti. Mio padre era al lavoro e io sono entrata nel suo studio. –

La ragazza riusciva a stento a trattenere le lacrime. Rifiutò il bicchiere d’acqua che Mark gli porse. Voleva andare avanti.

– Nei libri si parla di riti magici, sacrifici di animali, ma anche di uomini e bambini. Formule magiche da pronunciare per richiamare spiriti maligni. Promesse di vita eterna. C’era un libro tutto nero senza titolo, con una carta spessa. In questo libro si parlava di sacrifici umani da fare a un Dio dal nome strano. Aspetti, mi sono scritta il nome perché è impossibile da ricordare. –

La ragazza estrasse dalla tasca un foglietto arrotolato.

– Ecco. Si chiama Tezcatlipoca. Dice che era un Dio potentissimo. Si tratta di una divinità azteca. S’immagina? Mio padre che venera una divinità azteca! Da quello che ho letto, questo Dio poteva perdonare i peccati, guarire le malattie e cambiare il destino di un uomo. Era onnisciente. Vedeva tutto. C’era un passo, sottolineato con un evidenziatore, che diceva che se si fosse sacrificato un essere umano al Dio Tezca, e come accidenti si chiama, il quarto giorno del mese a lui dedicato, chi lo avesse fatto avrebbe avuto il potere della vita eterna. Avrebbe potuto cambiare il corso della propria vita. –

– E quale sarebbe il mese a lui dedicato? –

– Maggio. Lo chiamavano il mese di Toxcatl, cadeva nel mese veintena del calendario azteco. Corrisponde a maggio. –

– Quindi stiamo parlando del quattro di maggio – disse Mark già intravedendo nubi scure all’orizzonte. – Quando è morta tua madre? –

– Mia mamma è stata uccisa il quattro di maggio. –

Il silenzio che calò sulla stanza, gli occhi arrossati della ragazza, le lacrime mute che le solcavano le guance rendevano impossibile fare finta di nulla e congedarla. Dire che lui non poteva occuparsene, che non poteva lavorare senza essere pagato e che avrebbe fatto bene a rivolgersi alla polizia, cozzava con il suo senso del dovere e della giustizia. Sapeva che la polizia avrebbe ascoltato il suo sfogo, magari lo avrebbe anche messo a verbale, ma non avrebbe fatto nulla. Un libro sottolineato non era una prova sufficiente per aprire un fascicolo.

– Secondo lei, dopo avere ucciso la mamma, potrebbe fare la stessa cosa con me e mia sorella? –

Era ciò a cui stava pensando. Se quell’uomo era andato fuori di testa e pensava di ingraziarsi quel Dio a suon di sacrifici umani, il rischio era alto. Il pericolo era concreto.

– Non lo so Lizzie. Non voglio dirti bugie. L’ideale sarebbe che vi allontanaste da casa, ma non ho idea di come fare. –

– Potremmo andare da mia zia fino a che non inizia la scuola a settembre. Mio padre ha detto che la zia Rosy quando è venuta al funerale ci ha invitato ad andare da lei per un po’. –

– Ottimo. Allora voi andate dalla zia; al resto penso io. –

Mark si era fece dare una copia delle chiavi di casa e alcune informazioni sul padre: dove lavorava, i suoi orari, hobby, sport e qualsiasi cosa potesse essergli utile. Non da ultimo dove teneva i libri dannati e il codice per disattivare l’allarme di casa.

Dopo una settimana di appostamenti aveva chiaro quale fosse la routine che l’ingegnere Ted Lamberg seguiva: lavorava fino a sera con pranzo alla mensa in azienda. Non praticava sport e non aveva hobby che lo portavano fuori casa.

Sembrava una persona tranquilla.

Nulla che facesse pensare a un pazzo fanatico adoratore di Satana.

Eppure Lizzie aveva ragione. Si era introdotto in casa e aveva controllato. I libri maledetti non si trovavano in commercio. Erano stampati da privati per il loro uso. Il pensiero andava a una setta.

Ted Lamberg non frequentava persone al di fuori del lavoro e di conseguenza c’era solo un modo con cui poteva essere venuto a contatto con gli adoratori del Dio azteco: internet.

Mark si era dedicato al computer dell’uomo. Nessun sistema particolare di controllo, solo una normale password di accesso che Mark aveva azzeccato alla prima: Tezcatlipoca.

Installare uno “Spy” era stato facile e veloce.

Nel giro di un solo giorno aveva scoperto che Ted Lamberg era iscritto a un sito che si trovava nel Deepweb. Faceva capo alla Confraternita delloSpecchioNero, con una chiara allusione al Dio Tezcatlipoca, che era descritto come in possesso di uno specchio che emetteva fumo per uccidere i nemici.

Non era stato difficile iscriversi al sito conoscendo i dati di accesso. Così com’era stato facile entrare in contatto con Lamberg sapendo il suo nickname: Cipactli.

Approfondendo il significato del nickname che si era scelto, Mark ebbe la certezza che l’ingegnere era davvero partito di testa. Cipactli era il mostro della terra che fu catturato da Tezcatlipoca e suo fratello Quetzalcoatl. Il suo corpo fu usato per modellare la Terra.

Il piano di Mark era semplice: entrare in contatto con l’ingegnere, guadagnarsi la sua fiducia e farsi confessare l’omicidio della moglie. Per farlo doveva convincerlo di essere al sicuro, che dall’altra parte del computer c’era uno fuori di testa come lui.

Come prima cosa, Mark si scelse un nickname che per la sua preda avesse un senso e garantisse un’immediata comunanza: Tlaloc. Era il Dio della pioggia e della fertilità, fratello di Tezcatlipoca.

Ci volle poco per agganciarlo, ma non fu facile spingerlo a fidarsi.

Lamberg era evasivo, facendo intendere che ciò del quale stavano parlando in realtà era solo un gioco. Mark ebbe un’idea che gli valse la chiave di accesso alla sua fiducia: confessò per primo di avere ucciso la madre il quattro maggio di due anni prima per avere il favore del potente Dio azteco. Da allora la sua vita era cambiata. Si era licenziato dalla fabbrica dove lavorava, aveva aperto una ditta sua che andava a gonfie e vele, aveva dato un calcio alla moglie cicciona e frigida e tutte le sere scopava con una ragazza diversa. Era rinato. Si sentiva Dio.

Mark aveva saputo gettare l’amo nel punto giusto e l’esca era troppa appetitosa per fare sì che Lamberg non abboccasse.

L’ingegnere aveva descritto con dovizia di particolari come aveva architettato l’omicidio della moglie, come l’aveva colpita alla testa e aveva recitato un rito in ginocchio accanto al suo corpo prima di buttarla dal balcone. Nessuno sospettava di nulla. La polizia aveva creduto alla caduta accidentale e il corpo era stato cremato.

Era certo che Tezcatlipoca lo avesse aiutato. Era stato sin troppo facile. Aveva scoperto il piacere assoluto che si prova nell’uccidere.

Mark aveva trovato la conferma che cercava, ma sapeva che le stampe delle conversazioni in chat sarebbero servite a poco.

Aveva bisogno di una confessione. Doveva registrarla, o meglio ancora sarebbero stati dei testimoni.

Bisognava inventarsi qualcosa, altrimenti le vite di Lizzie e sua sorella sarebbero state in pericolo.

Gli venne un’idea, ma aveva bisogno dell’aiuto della polizia. Si rivolse all’amico Ed Harris, investigatore del Boston Police Department. Lo aveva conosciuto anni prima durante il corso di indagini su truffe assicurative. Erano diventati ottimi amici e compagni di pesca.

Mark gli espose il piano. Avrebbe proposto a Ted un patto infernale. Si sarebbe offerto di rapire le figlie e portarle in un luogo stabilito dove insieme le avrebbero uccise.

Un sacrificio ciascuno e l’immortalità per entrambi.

L’anello debole era proprio il coinvolgimento di Lizzie e la sorella, ma non c’era altra scelta.

Quando Lamberg si fosse sentito al sicuro, sarebbe stato facile farlo parlare e spingerlo a confessare l’omicidio della moglie.

Il problema stava nel fatto che il Procuratore Distrettuale non avrebbe mai autorizzato un’operazione che potesse mettere a rischio la vita di due bambine.

Ed e Mark decisero che ci avrebbero pensato poi.

Come previsto, Ted Lamberg andò in estasi quando Tlalocgli offrì la testa delle figlie su un piatto di argento. L’ingegnere gli fornì i dettagli per trovare la casa di zia Rosy e il momento giusto per prelevare le ragazze. Sarebbe anche stato l’orario perfetto per il suo alibi. A quell’ora si trovava in ufficio con decine e decine di testimoni.

Mark avrebbe provveduto ad affittare un bungalow in un residence a nord del lago di Fort Meadow.

L’appuntamento era per le diciotto in un’area di parcheggio che si trovava a un chilometro da dove avrebbero portato a termine il sacrificio.

Il piano concordato con Ed era semplice: la polizia avrebbe imbottito il bungalow di telecamere e microfoni e due squadre d’assalto sarebbero state pronte a entrare in azione.

La scenografia prevedeva le ragazze legate e imbavagliate.

Sui mobili avrebbero messo lenzuola nere per creare la giusta atmosfera, sgombrando la stanza e lasciando al centro un tavolo. Buio totale se non per le candele accese.

L’atmosfera doveva essere perfetta. Ted non doveva nutrire dubbi, essere certo di avere al fianco un fratello che lo avrebbe guidato verso l’eternità.

Doveva sentirsi libero di parlare e confessare le sue più segrete pulsioni, ma soprattutto ricordare con dovizia di particolari il momento in cui si era aperto alla vita eterna. Il momento in cui aveva ucciso la moglie.

La parte più difficile fu convincere il Procuratore Distrettuale, Nina Shepperd. A questo pensò Lizzie. Dopo che Mark le ebbe comunicato che l’operazione non era stata autorizzata, chiese di parlare con lei. La ragazza era tosta, e com’era riuscita a fare breccia nel cuore di Mark, allo stesso modo aveva convinto la Shepperd che non c’era altra strada percorribile. Era l’unico modo per salvare la loro vita.

Tlaloc e Cipactli si diedero appuntamento per il giorno seguente alle diciotto.

Si erano scambiati le foto via mail e conoscevano l’uno la faccia dell’altro.

Mark fu chiaro:

– Mi raccomando nessuna arma. Useremo un antico coltello sacrificale che ho acquistato anni fa da un antiquario. Quando arriveremo al bungalow tutto sarà pronto. Porta con te i sacri testi dei quali mi hai parlato. Insieme reciteremo il rito e poi le sacrificheremo. Ripeteremo lo stesso cerimoniale che hai usato per tua moglie, in questo modo la potenza sarà duplicata. –

Era un’umidissima giornata di agosto quando si incontrarono nell’area di sosta. Ted rimase impressionato dall’aspetto di Mark. L’ingegnere, dal canto suo, era un uomo gracile, di poco sopra il metro e settanta. Era su di giri. A Mark venne il dubbio potesse essere sotto l’effetto di droga. Non riusciva a stare fermo un attimo. Tremava e continuava a dire: sento la forza. La sento. La sento.

Ted non aveva armi addosso. Indossava calzoncini corti e canottiera. Il caldo era stato di aiuto, ma aveva uno zaino e bisognava essere certi di cosa contenesse.

– Devo vedere cos’hai nello zaino – disse Mark tendendo la mano.

– Perché dovresti farlo Tlaloc? – Ted era indispettito. Si rendeva conto di essersi fidato sin troppo di una persona della quale non sapeva nulla.

– Ascolta – disse Mark deciso. Aveva capito che l’altro stava prendendo cognizione del rischio che stava correndo. L’unica cosa da fare era mostrarsi sicuro e determinato. – Mentre tu te ne stavi con il tuo culo secco al sicuro in ufficio, io stavo rapendo due ragazze a cento chilometri da qui. Le ho legate, messe nel bagaglio e portate nel bungalow che io ho affittato. Io ho preparato l’altare per il rito e io dovrò fare sparire i cadaveri e ripulire. Quindi, testa di cazzo, non ho nessuna intenzione di farmi buttare tutto all’aria da uno stronzetto che potrebbe essere d’accordo con la polizia. Sono stato chiaro? Voglio essere sicuro che non sei un infame. Potresti avere un registratore lì dentro. Se vuoi venire con me, apri lo zaino, lo svuoti e se lo dico io ti metti nudo e balli il tiptap qui in mezzo alla strada. Sono stato chiaro? Altrimenti te ne torni a casa a masturbarti sui tuoi libri e io finisco da solo ciò che ho iniziato. Penso tu sia uno di quelli che parlano tanto e poi se la fanno sotto quando c’è da tirare fuori le palle.-

Nella concitazione il volto di Mark si era fatto rosso e gli si erano gonfiate le vene del collo. Ted fu spaventato dalla trasformazione, ma nello stesso tempo ebbe la certezza di trovarsi davanti all’uomo giusto. La forza che emanava era il frutto dell’omicidio della madre, compiuto due anni prima. Ne era certo. Era la dimostrazione che il sacrificio era la strada giusta per il potere. E lui voleva il potere. Voleva essere Dio.

– Ok. Ok. Scusa. Hai ragione. Tieni, controlla pure. Non ho niente da nascondere. Ho fatto tutto quello che mi hai detto. –

Nello zaino c’erano tre libri, un medaglione e un amuleto con strani disegni.

C’era anche una fotografia di quella che Mark riconobbe essere la moglie.

Era tutto a posto.

Potevano andare, ognuno con la propria auto.

Parcheggiarono davanti al bungalow. Tutt’intorno regnava il silenzio. La casetta in sasso era isolata, le squadre d’assalto ben nascoste. Nulla lasciava trapelare la loro presenza.

Entrarono dopo essersi guardati attorno, circospetti.

Il soggiorno era in penombra. Le tende erano state tirate e file di candele rosse disposte a cerchio illuminavano la stanza. Venendo dalla luce, gli furono necessari alcuni istanti per abituare gli occhi alla semi oscurità.

I mobili erano stati accatastati contro il muro. Al centro c’era un tavolo con sopra un drappo rosso e un lungo coltello con il manico lavorato.

Le ragazze erano legate alle sedie e imbavagliate.

Ted le guardò e sorrise. Non ci aveva creduto davvero fino a che non le aveva viste.

– Non salutate papà? Mamma era convinta di avervi educato bene. Diceva sempre che avevate preso da lei. Non serve piangere. Le lacrime non vi salveranno. Solo di una cosa potete essere certe: vi farò male. Tanto male. Infinitamente male. Sono anni che aspetto questo momento. –

L’ingegnere stava andando su di giri.

Il tono della voce era acuto.

Le ragazze piangevano.

Mark pensò fossero delle ottime attrici, ma poi comprese che stavano vivendo un dramma forse maggiore della morte. Osservare il padre che gode nel vederle prigioniere, nell’ucciderle con le proprie mani, doveva essere un’esperienza terribile.

Ma non esistevano alternative; bisognava finire il lavoro.

– Tira fuori i libri, mentre io preparo le ragazze. Con chi vuoi iniziare? – chiese Mark.

– Con Lizzie. La mia cara e adorata Lizzie. Lei e quella stronza di sua madre mi hanno sempre trattato come fossi l’ultimo degli imbecilli. Ridevano di me. Si spalleggiavano l’una con l’altra. Tuo padre qui. Tuo padre lì. Guarda cosa ha fatto quel buono a nulla. Ora vedrai, Lizzie, cosa sa fare il tuo caro paparino. E poi toccherà a tua sorella. –

Mark sciolse la corda che legava la ragazza alla sedia e nel farlo le avvicinò la bocca all’orecchio: – stai calma, è tutto a posto.

Lizzie era sconvolta e faticò a tenerla ferma. Si dimenava e scalciava. Il bavaglio si mosse.

– Bastardo! Hai ammazzato la mamma! Tu non sei mio padre. Bastardo! –

Ted, ancora più convinto dell’autenticità del tutto, non ebbe bisogno di essere spinto a raccontare:

– No. Sei tu la bastarda. Come tua madre. E come lei morirai. Anzi, peggio di lei perché con te ho tutto il tempo di questo mondo. Mi pregherai di ucciderti, e poi toccherà alla tua adorata sorellina. Quando ho spaccato la testa di tua madre con il martello, ho provato la più bella sensazione della mia vita. E’ stato meraviglioso. Ho sentito la forza invadermi. Io sono Dio. Dio! Dio! –

Ted era in preda a convulsioni. Roteava gli occhi e sbavava.

La confessione c’era stata, era più che sufficiente.

I ragazzi della squadra dovevano essere in ascolto. Perché non intervenivano?

– Ora muori, bastarda! – disse l’ingegnere afferrando il coltello e buttandosi verso la figlia che era ancora fra le braccia di Mark.

Nello stesso istante la porta d’entrata e quella sul retro si aprirono di colpo, lasciando entrare la squadra speciale. Voci indistinte e urla, ma ormai l’ingegnere era lanciato. Mark rivide per un istante i fotogrammi vissuti in battaglia, il fragore dei cannoni, il sibilo delle pallottole, le urla di morte. Gettò di lato Lizzie girandosi verso Ted che teneva alto il coltello, pronto a calarlo con forza. Gli afferrò il braccio e con una torsione decisa lo scagliò a terra. Con la mano sinistra continuava a tenerlo per il polso, con la destra lo afferrò sotto l’ascella e forzò la leva. Il braccio si ruppe con uno schianto secco. L’omero spezzato fuoriuscì dalla carne, tranciando di netto i tendini.

Prima che Ted potesse urlare, il coltello, che teneva ancora nella mano inerme ora guidata da Mark, gli trapassò la carotide recidendola.

L’ascesa di Cipactli si interruppe in un lago di sangue sul polveroso pavimento di un misero bungalow di periferia.