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È solo una scatola di cartone

Voglio raccontarvi una storia, una storia vera.

Alcuni anni fa, credo fosse il 2007, un’agenzia immobiliare mi offrì un appartamento.

Si trovava all’interno delle case popolari.

Il prezzo era buono e sono andato a vederlo. Al tempo acquistavo e rivendevo immobili.

Il palazzo era in pessime condizioni, l’appartamento modesto: due stanze, un bagno, un ripostiglio e un terrazzino di un metro per un metro.

Era disabitato da anni, ancora arredato e ingombro di oggetti. L’odore di chiuso e cibo andato a male era terribile.

L’agente immobiliare mi spiegò che la proprietaria era deceduta da qualche anno.

Non era sposata e non aveva eredi.

Aveva lasciato quel poco che possedeva, appartamento incluso, alle figlie di una vicina di casa che l’aiutava nelle incombenze quotidiane.

Il prezzo richiesto era buono. L’appartamento veniva però venduto nello stato in cui si trovava: a me spettava svuotare tutto.

L’agente immobiliare mi consegnò le chiavi ancora prima di fare l’atto di compravendita.

–  Non c’è nulla da prendere – mi disse – tutto ciò che aveva un minimo di valore è stato fatto sparire dalle sorelle. –

Il giorno seguente andai all’appartamento, dovevo prendere delle misure.

L’odore era davvero terribile. Spalancai  le finestre e mi guardai attorno.

Mi sentivo fuori luogo, quasi fossi un ladro entrato in casa altrui.

Aprii gli armadi. Alcuni cassetti erano stati messi sottosopra. Forse le sorelle pensavano di trovare chissà quali tesori.

I cassetti che non avevano subito la perquisizione presentavano un ordine maniacale.

Ogni singolo lembo di tessuto era piegato e stirato. C’erano piccole strisce di stoffa riposte con incredibile cura, una scatola di mentine che custodiva aghi, vecchi fogli di blocco notes piegati, un ditale, un uovo di legno, rotoli di filo e tanti altri oggetti. L’ordine dei cassetti contrastava con l’abbandono di quelle stanze.

In un cassetto trovai alcune fotografie in bianco e nero, buste di documenti, santini e rosari.

Chiamai l’agente immobiliare:

– Sono all’appartamento e ho trovato parecchi oggetti personali. Ci sono foto e documenti. Chiama le proprietarie che vengano a prenderli. Sono ricordi. Presumo che gli farà piacere. –

–  Credo tu presupponga male – mi risponde – ma per scrupolo chiamo e ti dico. –

Nel frattempo, continuai a guardarmi intorno.

Avvertivo un senso di oppressione. Stavo frugando nella vita altrui. Mi sembrava di fare una violenza. Forse era meglio andarsene. Suonò il cellulare; era l’agente immobiliare:

– Come volevasi dimostrare – esordì – mi hanno detto che puoi prendere tutto e buttarlo. Anzi, mi hanno detto che DEVI prendere tutto e buttarlo. Ci hanno tenuto a precisare che ti hanno fatto quel prezzo solo perché devi buttare via tutto tu e a tue spese. Contento? Sei sempre il solito sentimentale. Chiama qualcuno e fai buttare tutto. E vieni via da lì che c’è un odore da ammazzare un cinghiale. –

Chiusi la comunicazione e rimasi nell’appartamento. Mi sentivo un cinghiale triste.

Sfogliai documenti e fotografie. Misi da parte quello che mi pareva avere un senso, ciò che mi trasmetteva qualcosa. Non sapevo perché lo stavo facendo, ma non potevo buttare quei documenti, quelle fotografie dalle quali mi osservavano volti che non conoscevo, ma che erano esistiti, avevano una loro storia e dignità.

Sono trascorsi tredici anni da allora. La scatola è qui con me. Non l’ho mai buttata. La apro ora, di nuovo, dopo tanti anni.

La proprietaria dell’appartamento si chiamava Massarotto Anna, era nata a Rovigno d’Istria il 6 ottobre del 1911.

A seguito del trattato di Parigi, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, alcuni territori italiani erano stati ceduti alla Jugoslavia.

Gli italiani ivi residenti furono costretti a lasciare le case dove erano nati, le loro terre e i loro affetti. Anna, assieme al padre e alla madre, fu deportata. Dopo diversi spostamenti, fu mandata al Centro di Raccolta Profughi di Marina di Carrara dove arrivò il 15 dicembre del 1953.

Da quel poco che sono riuscito a comprendere, Anna non si sposò e non ebbe figli.

Trascorse la vita assistendo la madre malata e, dopo la sua morte, rimase sola.

Nelle sue carte ho trovato il dolore per le terre lasciate, il vano tentativo di recuperare qualcosa di ciò che era stato perso, la lunga e stremante lotta per vedersi riconoscere la reversibilità della misera pensione della madre che aveva lavorato nella Fabbrica di Tabacchi.

Ho trovato anche una sua poesia, la poesia di una deportata, la poesia di un donna che piange la propria terra.

Anna era una donna religiosa. Ho trovato fra le sue carte santini e lettere scambiate con le suore che l’assistevano. Il suo rosario penzola da anni sopra la mia scrivania. Senza un motivo, ma è lì e lì rimarrà a lungo.

Queste sono le poche cose che so di lei, ma non volevo lasciarle andare via.

Non so se da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che si ricorda di Anna, ma lei è qui con me. Non è molto, lo so, ma è meglio di niente.

Una vita raccolta in una scatola: ci penso e mi si stringe il cuore.

Storie, episodi, sentimenti, gioie e dolori, ricordi e speranze: nulla di tutto questo è rimasto, solo una scatola di cartone riposta nell’ufficio di un uomo che mai hai conosciuto.

Ciao Anna.

Claudio Colombi. Autore del libro La Bibbia di Kolbrin”

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