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La mia palestra di vita

Mia madre vendeva frutta e verdura al mercato di Carrara.

Avevo 11 anni quando, durante il periodo delle vacanze estive, ho iniziato a lavorare con lei.

La mattina si cominciava presto per chiudere bottega alle due del pomeriggio.

Al tempo non esistevano i centri commerciali e all’interno del mercato comunale convivevano decine di attività. C’era chi vendeva frutta e verdura come mamma, ma anche carne, pesce, polli, alimentari e surgelati.

C’era la Lisetta di Massa, arcigna e un po’ maligna, che non aveva avuto figli e il lavoro al mercato era diventato suo unico motivo di esistenza. Camminava a malapena. Sedeva su una cassetta accanto alla bilancia e serviva i pochi clienti che le erano rimasti. A fine giornata l’aiutavo a coprire il banco.

C’era Fiorello che vendeva il formaggio, e Franco il pollivendolo, Edoardo il macellaio e la Ebe che, con una gamba sola, vendeva, anche lei, frutta e verdura.

La Elena era un donnina piccola che si era sposata tardi, dicevano per corrispondenza, con un annuncio sul giornale. Vendeva alimentari nel suo piccolo box.

La Clementina, insieme ad Angela, la figlia zitella, vendeva la ricotta fresca. La Angela era famosa per i mille tic. Si toccava ovunque prima di servirti, e quando era pronta ti era passata la voglia di mangiare.

E poi c’era la Doria, la Ilva, la Franca, il Lollo e Luciano che veniva da La Spezia con i muscoli freschi, ma solo due volte la settimana.

C’era la Maria che vendeva il pesce fresco. Ebbe un ictus e trascorse gli ultimi anni dietro il banco, insieme alla figlia, ormai incapace di parlare.

Gli amici andavano al mare e io al lavoro.

Al tempo in cui lavoravo con mia madre non comprendevo l’importante lezione di vita che mi avrebbe dato.

Non era facile stare dietro un banco. Avere a che fare con centinaia di persone tutti i giorni.

C’era il cliente gentile, ma anche la vecchietta arcigna e maleducata.

Chi ti sorrideva ma anche chi ti offendeva, chi rubava, chi non si accontentava mai e chi ficcava le unghie nella frutta che poi eri costretto a buttare.

Chi ti voleva bene e chi ti voleva male.

Ho conosciuto migliaia di persone in quegli anni. Il film dei loro volti, se proiettato, potrebbe durare ore e ore.

Questa è stata la mia palestra di vita. Con la lucidità dell’adulto, realizzo che allora ho imparato la vita, il suo odore e il suo sapore.

E io ero il piccolo Claudio, entrato bambino e uscito uomo: la mascotte del mercato.

A metà mattina caricavo il carretto e attraversavo a piedi, fra salite e discese, la città di Carrara per consegnare la frutta e la verdura ai ristoranti.

Passavo dal retro, entravo nelle cucine e scaricavo la spesa.

Sulla via del ritorno, con il carrello vuoto, in discesa saltavo sul mio destriero e mi sembrava di abbracciare il mondo.

Molte delle persone che hanno abitato quel micro mondo non ci sono più, ma di ognuna conservo un ricordo, un momento che tengo qui.

Mi capita, a volte, di sentire freddo. Allora scendo nella cantina della mia anima e mi carico di ricordi che butto sul camino e il caldo arriva piano piano.

Arriva la Lisetta, la Ebe, Mario e tanti di loro che non ci sono più.

E io torno il piccolo Claudio con il suo carretto.

Claudio Colombi. Autore del libro La Bibbia di Kolbrin”

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